Le capanne
La scelta di lavorare con un trattato specifico dei 63 che compongono il Talmùd è dettata dal fatto che Sukkah è l’unico a trattare direttamente di architettura. La festività a cui rimanda si svolge in autunno: per otto giorni si prescrive al popolo ebraico di risiedere in capanne autocostruite per ricordare il periodo trascorso nel deserto. L’idea di Sukkot riguarda il pensare come un’architettura radicalmente temporanea e permanentemente incompleta riunisca le persone; si apra all’accoglienza dello straniero; ci connetta con chi non conosciamo per ricordarci l’impermanenza e la transitorietà della vita.
Nel trattato sono presenti dieci disegni che rappresentano dieci possibili tipologie di piante di capanne. Un’osservazione più attenta e il ridisegno di questi schemi rivela la possibile somiglianza con alcune delle lettere dell’alfabeto ebraico.
Qui ho seguito un ragionamento in senso inverso: se dalle 110 pagine del trattato è stato possibile distillare e sviluppare 6 tipologie architettoniche, le 10 piante di capanne si espandono in ulteriori variazioni attraverso rotazioni e riflessioni.
La tavola quindi è composta da 60 variazioni, organizzate a matrice, da poter costruire e in cui poter abitare ma da intendere anche come tavola alfabetica che non ricalca le lettere dell’alfabeto ebraico ma lo suggerisce e lo richiama per analogia formale.
Prima di diventare un luogo fisso il Tempio era una tenda nel deserto, il tabernacolo, uno spazio che si montava, si smontava e si spostava assieme alle persone.
La relazione che sussiste tra il Tempio e le capanne è la transitorietà, la lode della transitorietà. Non c’è nulla di permanente, nulla di definitivo, tutto è un mutamento continuo.
Il Tempio, dapprima nomade e successivamente fisso, torna nomade all’interno del Talmud.
Dimensioni fotografia: 27 x 42 cm