Il Talmud come architettura
Nel 2023, durante la campagna fotografica I-Tal-Ya Books per la catalogazione dei libri a stampa ebraici conservati presso la Biblioteca Comunale Teresiana di Mantova, sono rimasta affascinata dalle soluzioni grafiche con cui i primi tipografi ebrei hanno impaginato i loro libri grazie alla nuova tecnica a caratteri mobili.
Due pagine in particolare hanno innescato una riflessione: al loro interno il testo si dispiega in forme ricollegabili a strumenti di misurazione del tempo, la clessidra e il pendolo.
L’impressione che la forma che il testo assume all’interno di alcune pagine possa avere un legame con il discorso si è fatta strada osservando le mutazioni e le variazioni formali degli oltre duemila libri fotografati.
Nella maggior parte di questi libri il pieno testuale corrisponde spesso ad una forma: un discorso inizia, si sviluppa nella piena estensione della pagina (oppure su due colonne), si avvia verso la sua conclusione, oppure, con un restringimento, può riaprirsi e ridistendersi in una sua prosecuzione.
Lo svolgimento del pensiero scritto è connesso con lo sviluppo della sua forma, per mezzo di blocchi di testo, nel tempo lento della composizione tipografica, un moto di allargamento e contrazione graficamente visibile.
In rari casi questa prassi assume una complessità ancora maggiore impostando forme concatenate significanti. È il caso del Talmùd, un capolavoro di arte tipografica che distribuisce i testi e i commenti ai testi in una forma precisa, visibile negli spazi vuoti della pagina.
Che cosa significa questa forma oltre a se stessa? A che cosa rimanda? La ricorsività di una struttura che pone al centro un testo antico circondato da altri testi mi ha richiamato alla mente l’organizzazione spaziale di un’architettura archetipica che accompagna l’umanità da millenni: il tempio. Se si guarda all’architettura sacra come alla rappresentazione di un rapporto con l’alterità, un ponte tra umano e divino, il tempio archetipico è il centro geometrico-orientativo di questo rapporto in cui lo spazio fisico è anche spazio simbolico.
Riprendendo la suddivisione in tre spazi del Secondo Tempio di Gerusalemme e, prima ancora, del Tempio di Salomone e del Tempio nomade (il tabernacolo nel deserto), il Talmùd organizza il discorso umano sulla legge divina in stanze-parole fondendo spazio fisico e spazio simbolico in un’unica entità mobile, il libro. Ogni stanza-parola giace su una piattaforma temporale che va dal V al XVIII secolo visualizzabile, nella sua trasposizione tridimensionale, come una stratificazione spaziale simile ad uno scavo archeologico o una piramide rovesciata.
Un’architettura del tempo in cui lo spazio diviene viatico, itinerario, cammino senza meta, movimento e quindi mutamento continuo. Questa concezione più temporalizzata che statica dell’architettura si ritrova nel trattato Sukkah (nell’edizione pubblicata ad Amsterdam nel 1752 e presa come caso studio) che discute delle forme e dei significati delle capanne dell’omonima festa, proponendo dieci disegni e suggerendo che ogni configurazione è legata all’abitare il mondo e i suoi fenomeni naturali: “E la sukkah sarà per ombreggiare durante il giorno per proteggere dall’aridità e come difesa e riparo dalla tempesta e dalla pioggia.”
Capanne come rifugi temporanei e templi mobili partono da un nucleo concettuale che dice che non esiste un essere senza movimento: lo spazio dell’abitare e quello del rito si modulano e si sviluppano assieme al movimento dell’uomo nei luoghi del mondo, un movimento caratterizzato dall’impermanenza e dalla provvisorietà.